IMPONENTI STRUTTURE SOTTOMARINE DI EPOCA MEDIOEVALE INDIVIDUATE AL LARGO DI BRINDISI DAL SUB AMBIENTALISTA FABIO MATACCHIERA
Taranto, 3 giugno 2022
Il noto ambientalista e subacqueo tarantino Fabio Matacchiera ha individuato delle imponenti strutture di pietre a secco sommerse al largo della costa brindisina. Secondo gli esperti, risalirebbero al Medio Evo e sarebbero state realizzate dall’uomo, per la raccolta e la produzione del sale (quando ancora non erano state sommerse dal mare) dall’anno 1000 fino al 1700. Le strutture (Matacchiera ne ha individuate 2 al largo di Brindisi) possono essere riconosciute solamente dall’alto, da un aereo o da un drone, perché un sommozzatore non può avere la percezione del loro insieme, essendo formazioni molto grandi e costituite da pietre diverse per forma e dimensione. Infatti, una visuale così ravvicinata che può avere un sub, considerando il fondale di soli 2 metri, risulta troppo parziale e relativa e nasconde la forma ampia e molto regolare creata dalla mano dell’uomo e non dalla natura. Da una ricerca approfondita, sembra accertato che non esistono riferimenti su questo specifico ritrovamento sommerso fatto dall’ambientalista tarantino. Si sa, invece, dai documenti di archivio che almeno dall’anno 1000 se non prima, in quelle aree del brindisino vi fosse una intensa attività di raccolta e di produzione del sale proprio attraverso enormi vasche rettangolari situate a terra, a immediato contatto col mare, per raccogliere l’acqua marina che, decantando e asciugandosi al sole, rilasciava i cristalli di sale. La parola al Prof. Mario Lazzarini, studioso di archeologia e autore di numerose pubblicazioni storiche e scientifiche LE SALINE DI PUNTA DELLA CONTESSA (di Mario Lazzarini) “La produzione del sale marino nell’antichità era una attività economica molto redditizia e diffusa soprattutto nelle aree costiere basse e soleggiate del Mediterraneo. Il sale era fondamentale non solo per l’alimentazione umana e animale, ma soprattutto per la conservazione di alimenti quali carne e pesce, in mancanza degli attuali sistemi di congelamento o surgelamento. Famose erano le saline tra Ostia e Fiumicino, sul litorale laziale, da dove il sale raggiungeva Roma sul Tevere e proseguiva con carovane verso l’Appennino lungo quella che appunto fu chiamata “via Salaria”. Inoltre il sale serviva in abbondanza per la produzione del “garum”, una salsa a base di pesce azzurro lasciato fermentare al sole con spezie, che in tutto l’Impero Romano era molto richiesta per condire varie pietanze, soprattutto di carne, e il cui uso durò ben oltre la fine dell’Impero Romano d’Occidente (avete presente la colatura di alici?). Affidate in genere alla gestione di privati, sul sale lo stato prelevava una notevole tassazione che era una delle principali entrate dello stato romano. Perciò numerose saline sorsero sui litorali di Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Nei documenti d’archivio risulta che a Brindisi nel Medioevo vi erano diverse saline, ma le più importanti erano quelle a sud della città sul tratto di costa che va da Punta Torre del Cavallo a Punta della Contessa. Goffredo conte di Conversano, reggente normanno della città di Brindisi, nel 1100 concesse alla Chiesa la decima per il sostentamento del clero su molte attività produttive, tra le quali anche le saline. Le saline rientravano nei possedimenti del conte, e successivamente del Re, sia sotto la dinastia Angioina sia sotto quella Aragonese. Le Saline di Punta della Contessa rimasero in funzione fino a tutto il XVIII secolo, quando il loro sfruttamento cominciò a diventare antieconomico, nonostante il tentativo dei Borboni di istituire un «Dipartimento de’ Sali d’Otranto e Basilicata» che aveva l’obbligo di vendere il sale forzosamente a tutti i comuni dell’area. Cosicché nel XIX secolo le saline furono definitivamente abbandonate. La diffusione del sale di origine mineraria (salgemma), abbondante nelle miniere siciliane, rese non più conveniente la produzione di sale marino, oltre alle mutate condizioni commerciali nel Regno delle Due Sicilie. Dunque le saline brindisine erano certamente in funzione almeno dall’anno 1000 e fino alla fine del 1700. (Notizie tratte da «Le Saline della Contessa» di Nazareno Valente, 2018) Oggi l’area è compresa nel Parco naturale regionale Salina di Punta della Contessa, istituito nel 2002 dalla regione Puglia, per la protezione di una ricca avifauna. Peccato che sorga tra la centrale termoelettrica ENEL di Cerano e il polo chimico Enichem, aree ad alto inquinamento industriale. Si indicano come “saline” allo stato attuale una serie di laghetti e pozze d’acqua dolce ma comunicanti col mare attraverso canali naturali, piccoli stagni ricchissimi di avifauna, soprattutto fenicotteri. Ma nell’antichità era così? I filmati e le foto realizzati nel sito dal noto ambientalista e subacqueo tarantino Fabio Matacchiera, con sopralluoghi personali anche in immersione nelle acque antistanti il Parco, rivelano per l’antichità medievale una realtà ben diversa e complessa, che giustifica l’importanza del commercio del sale per tanti secoli. A distanza anche notevole dalla costa (500 metri) e ad una profondità di almeno 2 metri dal livello attuale del mare, si vedono chiaramente delle strutture rettangolari di pietrame a secco, anche di grandi dimensioni, collegate fra loro: sono probabilmente i resti di grandi vasche per la raccolta del sale, rinforzate e ristrutturate in varie epoche per proteggerle dalla incessante erosione marina. Ciò significa che in origine quelle vasche erano sulla terraferma a immediato contatto col mare, per raccogliere l’acqua marina che, decantando e asciugandosi al sole, rilasciava i cristalli di sale. Il fondo di queste costruzioni è ancora oggi cosparso abbondantemente di frammenti ceramici molto rustici, simili a tegole: ora noi sappiamo che nell’antichità (ma ancora oggi per esempio nelle saline di Marsala) le tegole erano utilizzate per coprire i cumuli di sale lasciato ad asciugare, per proteggerli dal vento e dalla pioggia che avrebbero potuto distruggerli. Salina attuale: tegole che riparano il sale dalla pioggia e dal vento Una salina dei tempi di oggi L’area indagata dal sub Fabio Matacchiera è cosparsa di frammenti di tegole. Ciò confermerebbe la tesi del Prof. Mario Lazzarini circa la presenza di antiche saline medioevali, ormai sommerse, considerando anche la tipologia dei materiali adottati. L’epoca a cui risalgono queste costruzioni non è facile da accertare, in mancanza di una campagna di scavo archeologica, ma una cosa è certa: l’evidente avanzata del mare che con l’innalzamento del suo livello e l’erosione incessante ha sommerso queste vasche, tanto che oggi la costa è ben più distante, anche diverse centinaia di metri. Il fenomeno lungo le coste pugliesi è ben noto e sta portando alla scomparsa di numerose spiagge e al crollo di falesie rocciose lungo il lato adriatico e quello jonico. Si calcola da recenti studi, sia archeologici che geologici, che il livello del mare negli ultimi 2000 anni si sia innalzato di 2,50 metri circa. Ma dirlo così è una cosa, vederne in maniera così chiara e sorprendente gli effetti è un’altra. Forse le vere Saline di Brindisi erano lì, in mezzo a quello che oggi è mare aperto”.
MARIO LAZZARINI Nato a Taranto l’11 luglio 1946, Laureato in Lettere Classiche nel 1969 con una tesi in archeologia sottomarina sulle anfore commerciali, insegna dallo stesso anno Latino e Greco nei Licei Classici. Dal 1980 fino al 2009 è stato titolare di cattedra nel Liceo Classico “Quinto Ennio” di Taranto. Ha partecipato con una missione archeologica americana nel 1967-68 al recupero subacqueo del relitto della nave romana di Torre Sgarrata (Pulsano) ed ha condotto successivamente indagini subacquee lungo tutto il litorale orientale della provincia jonica d’intesa con la Soprintendenza Archeologica della Puglia. Ha studiato materiali dello scafo e del carico ceramico della nave di Torre Sgarrata. Ha eseguito scavi archeologici nell’area metapontina e nell’abitato dell’antica Metaponto per la Soprintendenza Archeologica della Basilicata nel 1969 (Soprintendente Dinu Adamesteanu). Ha collaborato alla rivista mensile “Ribalta”, edita a Taranto, con articoli di storia locale e di storia della navigazione antica. Per l’Università della III età “A.V.Curci” di Taranto dal 1997 ha tenuto corsi di: Archeologia Subacquea, Storia della Navigazione antica, La colonizzazione greca in Italia, Il mondo religioso dei Greci, La sapienza greca, Il mondo religioso dei Greci, Navigazione, rotte e commerci nell’Impero Romano. PUBBLICAZIONI. Ha pubblicato i risultati delle sue ricerche sottomarine in vari articoli su riviste specializzate (Magna Graecia) e nel volume Saturo sotto le acque (1997), dedicato in particolare alla storia degli studi e ai risultati delle sue ricerche subacquee nella baia di Saturo-Leporano. Ha collaborato alla scrittura e sceneggiatura della Storia di Taranto a fumetti (1983) con. P. Massafra e R. Nistri, per la storia della città dalle origini alla fine dell’Impero Romano. Ha curato alcune indagini archeologiche su siti preistorici e medievali nel territorio di Montemesola, pubblicati nel volume Montemesola dalla preistoria alla storia (1985). Ha pubblicato per l’Editrice Scorpione di Taranto due volumi divulgativi sulle origini, storia e civiltà della Magna Grecia, destinati agli alunni delle scuole medie: La Magna Grecia (1990) e Giorni di Magna Grecia (1994), aggiornato e completamente rivisto sia nel testo che nel repertorio grafico e iconografico nel 2017. Collabora alla rivista culturale L’ARENGO, edita dal Liceo Classico Statale “Quinto Ennio” di Taranto, con articoli di storia antica locale e di storia della navigazione nel mondo antico, ed è Segretario di Redazione della stessa rivista. Collabora con la Rivista Marittima, della Marina Militare, con articoli riguardanti il porto militare e l’arsenale di Taranto greca e l’uso della flotta militare in alcune battaglie marittime di Taranto greca. Pubblica alcuni suoi lavori e ricerche in ambito storico, archeologico e letterario sul sito Academia.edu. È tra i fondatori e organizzatori del Premio annuale “SATYRION PER L’ARCHEOLOGIA” che si tiene a Leporano (TA) da dieci anni. È nel comitato direttivo della sezione tarantina dell’Associazione Italiana di Cultura Classica.
FABIO MATACCHIERA Fabio Matacchiera è nato a Taranto il 20 giugno del 1961. Ha conseguito la sua formazione di docente di Ed.Fisica con la lode presso la Facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Urbino e ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento con il massimo dei voti. Pratica la sua professione di docente scolastico dal 1990. Ha lavorato anche come collaboratore ed assistente del Prof Giuseppe Bovi al corso di laurea in Scienze Motorie presso l’Università di Urbino. Subacqueo ed amico del documentarista di fama internazionale Folco Quilici ha partecipato sotto la sua regia alla realizzazione del documentario prodotto da Rai1 intitolato “L’Impero di Marmo”. Inventore di numerose strumentazioni per la ricerca subacquea, opera dal 2001 presso il suo studio di Taranto, progettando e realizzando attrezzature. Ha creato numerosi sistemi per la videoripresa e per la comunicazione sottomarina soprattutto per alte profondità di cui si sono dotati numerosi centri di ricerca nazionali ed esteri, come il CNR di Mazara del Vallo, CNR di Cagliari, CNR di Lecce, CNR La Spezia, CNR Taranto, Arpa Sicilia, Arpa Campania, Arpa Lombardia, Arpa Piemonte, Arpa Toscana, Sommozzatori Vigili del Fuoco di Palermo, Catania, Ancona, Bari e Taranto, Reparti Speciali Sminatori Esercito Italiano di Napoli, Reparto Bonificatori dell’Aeronautica Militare di Salto di Quirra in Sardegna, Università La Sapienza di Roma, Dipartimento di Biologia Marina Università di Bari, Università Politecnica delle Marche, ecc. Fabio Matacchiera è stato già artefice di numerosi ritrovamenti subacquei di rilevante interesse…


